il tempo è malato
i fanciulli non giocano più
le ragazze non hanno
più occhi
che splendono a sera.
E anche gli amori
non si cantano più,
le speranze non hanno più voce,
i morti doppiamente morti
al freddo di queste liturgie:
ognuno torna alla sua casa
sempre più solo.
Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l’umile gente
abbia ancora chi l’ascolta,
e trovino udienza le preghiere.
E’ sbocciato quest’odio come un vivido amore
dolorando,e contempla se stesso anelante.
Chiede un volto e una carne,come fosse un amore.
Sono morte la carne del mondo e le voci
che suonavano,un tremito ha colto le cose;
tutta quanta la vita è sospesa a una voce.
Sotto un’estasi amara trascorrono i giorni
alla triste carezza della voce che torna
scolorandoci il viso.Non senza dolcezza
questa voce al ricordo risuona spietata
e tremante:ha tremato una volta per noi.
Ma la carne non trema.Soltanto un amore
la potrebbe incendiare, e quest’odio la cerca.
Tutte quante le cose e la carne del mondo
e le voci, non valgono l’accesa carezza
di quel corpo e quegli occhi.Nell’estasi amara
che distrugge se stessa, quest’odio ritrova
ogni giorno uno sguardo, una rotta parola,
e li afferra, insaziabile, come fosse un amore. Cesare Pavese
La manutenzione
è una questione di decenza
un dettaglio neanche tanto
trascurabile
se di fatto non so mai
quante mani di correttore mettere
sull’intonaco crepato dei sorrisi
e dintorni
dove ricalco a misura
la demagogia del sole
sulle prugne gonfie d’estate.
E il ritocco finale di fard
sulle ragnatele accese
che non toglie più nessuno
un sogno di smalto che
lascio asciugare la notte
nelle mani – grandinegliocchi
annerendo infine sui contorni
ombretto
cipria
rossetto
sipario
Qui: a Zoagli ,il paesino della Liguria dove praticamente sono nata e dove torno appena posso.
C’è solo bisogno di una canna di bambu’ o semplicemente …di un cordino o di un filo di nailon abbastanza spesso e nel finale un piombino rivestito di uno straccio bianco,di una zampa di gallina o di un granchio.
Tutto qui.
Un po’ di pazienza e tante cose da pensare mentre si aspetta che abbocchi.
Io di solito scruto il fondale o gli anfratti tra gli scogli,per capire dove,se fossi un polpo ,andrei a nascondermi o a riposare.
E’ cosi’ che li trovo.
E non sbaglio quasi mai.
E dopo la pesca …..
Una cena con coloro che condividono le mie passioni.
mi voglio comprare
una strada in montagna
una casa no
una strada
lì ci andrò
tutte le domeniche
con la corriera
tutte le domeniche andrò
nella mia strada in montagna
farò amicizia con gli scoiattoli
porterò loro delle paste secche
andrò su e giù per la mia strada
su e giù, su e giù, su e giù
su
e
giù
finchè non mi faran male i piedi
poi, mi siederò in mezzo
sicuro di non essere messo sotto dalle auto
poiché la strada è mia
e le macchine non possono
darò alla mia strada un nome
tipo strada villanzona
o strada pannocchia
o strada dei gatti pezzenti
o strada montana catalana
o strada buiosa
e ci porterò la mia fidanzata
per baciarci
e farci all’amore
le mostrerò la vista sulle valli
e se lei vorrà
potrà pattinare sulla mia strada
coi pattini a rotelle
di notte accenderò le torce
per fare un po’ di luce
e canterò a squarciagola
le canzoni che so
e se gli scoiattoli vorranno
potranno unirsi a me
cantare
non berrò vino né mi drogherò
poiché voglio essere lucido
semmai danzerò fino allo stremo
per poi cadere esausto e contento
non ci saran dazi da pagare
per passare sulla mia strada
basterà sapere la parola d’ordine
e la parola sarà: “posso passare?”
mi comprerò una strada in montagna
non mi servono muri, soffitti o cessi
pisciare, piscerò nell’erba
mi piace pensare che voi mi capiate
sennò non è lo stesso
Una goccia d’acqua sale i gradini della scala.
La senti? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella?
Tic, tic, si ode ad intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpendicolarmente, in ottemperanza alla legge di gravità, e alla fine fanno un piccolo schiocco, ben noto in tutto il mondo. Questa no: piano piano si innalza lungo la tromba delle scale lettera E dello sterminato casamento. Non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnalarla. Bensì una servetta del primo piano, squallida piccola ignorante creatura. Se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti erano già andati a dormire. Dopo un po’ non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la padrona. “Signora” sussurrò “signora!” “Cosa c’e'?” fece la padrona riscuotendosi. “Cosa succede?” C’e’ una goccia signora, una goccia che vien su per le scale!” “Che cosa?” chiese l’altra sbalordita. ” Una goccia che sale i gradini!” ripeté la servetta e quasi si metteva a piangere. “Va, va” imprecò la padrona “sei matta? Torna in letto, marsch! Hai bevuto, ecco il fatto, vergognosa. E’ un pezzo che al mattino manca il vino nella bottiglia! Brutta sporca, se credi…” Ma la ragazzetta era fuggita, già rincattucciata sotto le coperte. “Chissà che cosa le sarà mai saltato in mente, a quella stupida” pensava poi la padrona, in silenzio, avendo ormai perso il sonno.
Ed ascoltando involontariamente la notte che dominava sul mondo, anche lei udì il curioso rumore. Una goccia saliva le scale, positivamente. Gelosa dell’ordine, per un istante la signora pensò di uscire a vedere. Ma che cosa mai avrebbe potuto trovare alla miserabile luce delle lampadine oscurate, pendule dalla ringhiera? Come rintracciare una goccia in piena notte, con quel freddo, lungo le rampe tenebrose? Nei giorni successivi, di famiglia in famiglia, la voce si sparse lentamente e adesso tutti lo sanno nella casa, anche se preferiscono non parlarne, come di cosa sciocca di cui forse vergognarsi. Ora molte orecchie restano tese, nel buio, quando la notte e’ scesa a opprimere il genere umano. E chi pensa ad una cosa e chi ad un’altra. Certe notti la goccia tace. Altre volte invece, per lunghe ore non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare. battono i cuori allorché il tenero passo sembra toccare la soglia. Meno male, non si e’ fermata. Eccola che si allontana, tic, tic, avviandosi al piano di sopra. So di positivo che gli inquilini dell’ammezzato pensano di essere ormai al sicuro. La goccia -essi credono- è già passata davanti alla loro porta, ne’ avrà più occasione di disturbali; altri, ad esempio io che sto al sesto piano, hanno adesso motivi di inquietudine, non più loro. Ma chi gli dice che nelle prossime notti la goccia riprenderà il cammino dal punto dove era giunta l’ultima volta, o piuttosto non ricomincerà da capo, iniziando il viaggio dai primi scalini, umidi sempre, ed oscuri di abbondante immondizia? No, neppure loro possono ritenersi sicuri. Al mattino, uscendo di casa, si guarda attentamente la scala se mai sia rimasta qualche traccia. niente, come era prevedibile, non la più piccola impronta. Al mattino del resto chi prende più questa storia sul serio? Al sole del mattino l’uomo e’ forte, e’ un leone, anche se poche ore prima sbigottiva. O che quelli dell’ammezzato abbiano ragione? Noi del resto, che prima non sentivamo niente e ci si teneva esenti, da alcune notti pure noi udiamo qualcosa. La goccia e’ ancora lontana, e’ vero.
A noi arriva solo un ticchettio leggerissimo, flebile eco attraverso i muri. Tuttavia e’ segno che essa sta salendo e si fa sempre più vicina. Anche il dormire in una camera interna, lontana dalla tromba delle scale, non serve. Meglio sentirlo, il rumore, piuttosto che passare le notti nel dubbio se ci sia o meno. Chi abita in quelle camere riposte talora non riesce a resistere, sguscia in silenzio nei corridoi e se ne sta in anticamera al gelo, dietro la porta, col respiro sospeso, ascoltando. se la sente, non osa più allontanarsi, schiavo di indecifrabili paure. Peggio ancora però se tutto e’ tranquillo: in questo caso come escludere che, appena tornati a coricarsi, proprio allora non cominci il rumore? Che strana vita, dunque. E non poter far reclami, ne’ tentare rimedi, ne’ trovare una spiegazione che sciolga gli animi. E non poter neppure persuadere gli altri, delle altre case, i quali non sanno. Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: -domandano con esasperante buona fede- un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora -insistono- sarebbe per caso un’allegoria? Si vorrebbe per così dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? e gli anni che passano? Niente affatto, signori: e’ semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico insomma? No, assolutamente. oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non e’ uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua, a quanto e’ dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.
questo perché continuo ad avere molto poco da dire, e la goccia che sale le scale o la si sente o non la si sente e se la si sente può succedere di tutto.
Non fidarti d’un bianco,
Un ebreo non ammazzare,
Non firmare mai un contratto,
Un banco in chiesa non affittare.
Non arruolarti nell’esercito;
Pigliare troppe mogli non bisogna;
Non scrivere mai per le riviste:
Non grattarti la rogna.
Metti sempre una carta sul sedile del cesso,
con la guerra sta in campana,
Tieniti pulito , non essere malmesso,
Non sposare una puttana.
Non pagare i ricattatori,
Gli avvocati tieni a bada,
Non fidarti degli editori,
O finirai in mezzo a una strada.
Tutti gli amici ti lasceranno
Prima o poi moriranno, lo sai,
Che la tua vita sia sana e pulita
E in paradiso li ritroverai.
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